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Ricostruzione dell’omicidio di Simone Allegretti

Luigi Chiatti, 22 anni, professione geometra, tra le 15 e le 17 del 4 Ottobre 1992 uccise il piccolo Simone Allegretti di 4 anni e mezzo, facendone trovare il cadavere nei pressi di una discarica vicino a Foligno alle 14,45 del 6 Ottobre, dopo aver lasciato un messaggio in una cabina telefonica. E meno di un anno dopo, esattamente il 7 Agosto 1993, gli inquirenti giunsero al ritrovamento del cadavere di Lorenzo Paolucci, 13 anni, in una discarica di Casale. Il sospetto che Chiatti presumibilmente non si sarebbe fermato e che avrebbe scovato altre vittime stava soprattutto nelle stesse modalità del suo agire. Il 9 Agosto 1993 Luigi Chiatti era già in carcere per l'omicidio di Lorenzo Paolucci. Ma la sua deposizione diventò un racconto fiume dove c'era ampia traccia del suo esordio criminale nell'uccidere il piccolo Simone Allegretti. Chiatti confessò di sentire dentro di sè come una molla: la necessità di trovare un contatto fisico con i bambini lo portava a osare quello che non si poteva osare. Insomma, c'era qualcosa che gli montava dentro "come una fame" man mano che aumentava la sua solitudine. Ecco perché aveva concentrato la sua attenzione "alla ricerca di bambini con i quali poter stare". E non s'accontentava più dei rari incontri con i cuginetti di Spoleto: la sua era innanzitutto "una ricerca fisica". Perciò percorreva in macchina le vie dei dintorni di Foligno. Ebbene, il 4 Ottobre 1992, i genitori erano andati a Urbino per una gita, lui si trovò solo in casa. Ed ecco venirgli "voglia di rinnovare la ricerca di bambini", percorrendo la strada tra Foligno e Maceratola. A un tratto vide un frugoletto che se ne stava sotto un albero al quale aveva appoggiato la bicicletta. "Ero consapevole - raccontò Chiatti al magistrato - che la mia ricerca di questi bambini fosse in qualche modo illegale e avevo perciò un atteggiamento guardingo". Si limitò a scambiare due chiacchiere: "Il bambino era tranquillo, mi disse di chiamarsi Simone e io gli risposi di chiamarmi Luigi. Solo più tardi mi chiese di riportarlo indietro presto poiché altrimenti la mamma si sarebbe arrabbiata". Chiatti invece arrivò direttamente con la sua Y10 nel garage di casa propria e attraverso la scala interna salì con Simone in camera, al primo piano. Il bambino tornò a insistere che voleva tornare dalla mamma: "Io ero incerto sul da farsi, volevo solo essergli amico e gli ho chiesto se voleva mettere qualcosa ai piedi. Era tutto sporco, aveva dei pantaloni corti marroni e una maglietta mi pare sul rosso, senza canottiera. Mi ha detto che non voleva nulla per i piedi e io l'ho invitato a togliersi i vestiti. Senza esitazione Simone si è tolto la maglietta e i pantaloncini restando con le mutandine. L'ho fatto sedere sulla sponda del letto verso la testiera, ma prima del cuscino e l'ho invitato a togliersi anche quelle, senza fargli alcun tipo di violenza, ma aiutandolo a togliersele. A quel punto quella fame di contatto fisico è cresciuta in me tanto da non poterla dominare... Il mio gesto è durato una manciata di secondi perché Simone si è messo a piangere..." Per impedire che i vicini sentissero, "ho avuto l'impulso di fermarlo e non so perché l'ho fatto, mettendogli dapprima una mano sulla gola, comprimendogliela in modo tale da farlo respirare, ma abbastanza forte da non farlo piangere. In quel momento ho incominciato a riflettere su quello che stava accadendo guardando la disperazione sul volto di Simone. Avevo fatto del male a un bambino ed era la prima volta, l'avevo sequestrato e questo era un reato grave. Di lì a poco sarebbero tornati i miei genitori e non sapevo che fare. Mi è parso in quel momento che mi rimanesse un'unica strada, quella di ucciderlo e ritenevo seriamente che fosse anche la migliore soluzione per lui..." Simone Allegretti diventò rosso in viso, poi scuro, specie sulle labbra e dalla bocca gli usciva saliva e un filino di sangue. "La prima cosa che mi è venuta in mente - raccontò ancora Chiatti - è che dovevo sbarazzarmi subito di quel corpo prima che la polizia organizzasse posti di blocco". Mise il corpicino dentro un sacco e i vestitini in una busta di plastica, trasportando poi il tutto nel bagagliaio della Y10. Pensava di raggiungere i boschi dove disfarsi del cadavere. Invece si fermò prima: "Ho estratto il sacco dal bagagliaio e, tenendolo in braccio, l'ho portato sul ciglio della scarpata. L'ho guardato e ho visto che era vivo benché incosciente, perché si sentiva molto bene il risucchio della respirazione. Non potevo lasciarlo vivo perché, se soccorso, avrebbe potuto accusarmi. Sono tornato in macchina e ho preso il coltello, mi sono piegato sulle ginocchia e vincendo la mia paura, chiudendo gli occhi e addirittura voltando la testa, l'ho colpito, brandendo il coltello con la destra, sulla parte sinistra del suo collo. Quasi subito ho vibrato un secondo colpo nella stessa zona. Dopo il primo colpo si è sentito come un grido risucchiato. Ho preso una delle sue braccia, gli ho dato una leggera spinta verso la scarpata. Il corpo ha cominciato a rotolare fino a fermarsi in un punto abbastanza agevolmente visibile dal ciglio". Poi sparse intorno i vestiti, tolse di mezzo qualsiasi traccia che potesse portare a lui, quindi tornò a casa: "Ricordo che quando sono arrivati i miei genitori tra le 18 e le 18,30 tutto era finito".

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