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Era la mezzanotte di Domenica 8 Agosto 1993, quando Luigi Chiatti è crollato confessando l’uccisione di Lorenzo Paolucci anche lui caduto nelle fauci del cosiddetto “Mostro di Foligno”. Anche questo un omicidio senza movente, inspiegabile, truce, eseguito ad appena dieci mesi da quello di Simone Allegretti di quattro anni e mezzo, trovato ucciso a soli settecento metri dalla casa del serial killer il 6 Ottobre dello scorso anno. Ma torniamo indietro di qualche anno per cercare di capire. Luigi Chiatti nasce il 27 Febbraio del 1968. Trascorre i primi anni della sua esistenza in un brefotrofio di religiose a Narni, dove lo aveva portato il giorno stesso della sua nascita Marisa Rossi, ragazza madre di 24 anni, cameriera in un ristorante che non sapeva come mantenere quel figlio inaspettato. Chiatti non conoscerà mai l’identità di suo padre. La madre lo andò a trovare per qualche tempo, diminuendo la frequenza delle visite, fino a quando acconsentì alla sua adozione. Luigi (che all’epoca si chiamava Antonio) rimase nell’orfanotrofio fino all’età di sei anni, fino a quando non venne adottato da una coppia di anziani coniugi: i Chiatti. Il padre, Ermanno Chiatti, faceva il medico, la madre Giacoma Ponti, era una ex insegnante elementare. La coppia non aveva altri figli oltre al ragazzino adottato; Ermanno Chiatti non era nemmeno convinto di adottare un bambino così grande, ma il desiderio di Giacoma alla fine aveva prevalso sulle indecisioni del marito. Degli anni passati nel brefotrofio Luigi Chiatti non ne ha mai voluto parlare con nessuno: dice di non ricordare nulla, è come se la sua vita fosse cominciata nel momento dell’adozione. Pare comunque che il bambino abbia manifestato nell’orfanotrofio un comportamento aggressivo e ribelle, soprattutto nei confronti delle figure femminili. Risentiva negativamente della carenza affettiva e delle frustrazioni vissute in istituto e denotava già una tendenza ad isolarsi dagli altri. Perciò venne ritenuto urgente il suo inserimento in una nuova famiglia che avrebbe dovuto dargli la massima disponibilità affettiva. Il 24 Marzo 1974, Luigi venne così affidato ai coniugi richiedenti e, il 13 Giugno 1975, l’adozione viene decretata per legge: Antonio Rossi diventa Luigi Chiatti. Il rapporto con i genitori adottivi fu difficile e ambiguo. Chiatti parla di loro in modo critico e senza affetto:

“Mio padre è stato un uomo assente, il suo mondo era solo il lavoro. La cosa che mi faceva più rabbia era che con gli altri scherzava ed era aperto, in casa, invece, il silenzio assoluto da lui stesso imposto; a pranzo TV, poi si chiudeva nello studio. La sera ancora TV e a metà film si addormentava. Io qualche volta ho provato a parlargli, ma è stato tutto inutile, con lui non si discuteva. Mi salvavo solo con mia madre, con la quale, almeno agli inizi potevo dialogare. Ma poi è finita anche con lei. Loro erano uniti e concordi, però Marisa rimproverava spesso papà perché non interveniva nei miei confronti. La faccenda non veniva mai approfondita più di tanto, perché lui quando iniziava una litigata si chiudeva nello studio senza dire altro. Da piccolo sono stato un bambino difficile e aggressivo. Mio padre mi rispondeva con il silenzio assoluto, mia madre mi rimproverava e io mi sentivo in colpa perché non riuscivo a fare quello che diceva. Non le manifestavo affetto perché provavo vergogna. Mio padre mi evitava frequentemente: quando succedeva provavo odio per lui. A causa del cattivo rapporto con i miei genitori mi sono sentito un bambino e poi un ragazzo senza via di uscita: quando provavo a esprimermi con loro, o gli lanciavo dei messaggi, mi bloccavano sempre, lo sapevo che soffrivano insieme a me… perché io li facevo stare male; però non mi sono mai ritenuto cattivo.”

Chiatti è convinto che il cattivo rapporto con i genitori gli abbia condizionato non solo l’infanzia e l’adolescenza, ma anche gli anni successivi della propria vita. A tal proposito, ricorda un episodio che a suo parere gli ha influenzato molto il carattere:

“Era un giorno di scuola normale… la mia insegnante, nonché la mia vicina di casa, entrò in classe e mi sgridò dicendo che a casa picchiavo mia nonna; non ho saputo ribattere, sono rimasto in silenzio. A casa piansi, non tolleravo che avessero confessato a lei quel mio comportamento. Da allora ho incominciato a chiudermi, mi sentivo etichettato come cattivo, provavo repulsione ogni volta che dovevo tornare da loro. Ce l’avevo con l’ambiente in cui mi trovavo, non con i miei.”

Chiatti è stato un bambino difficile, sia a casa che a scuola. Quando aveva appena 10 anni, i genitori decisero di mandarlo da una psicologa, Beatrice Li Donnici, che lo seguì per qualche tempo. Riguardo a questo periodo della sua vita, Luigi afferma:

“Con lei mi sono sempre aperto in maniera limitata per paura che lo riferisse a i miei genitori; lei conosce solo una parte dei miei problemi, ma non conosce quello vero che è molto più vasto. In me c’era il bisogno di aprirmi, ma non riuscivo a farlo.”

Naturalmente la terapia non ebbe nessun effetto e lui rimase chiuso in un mondo tutto suo. Del resto, l’ambiente familiare non lo aiutò ad uscire da questa situazione: Chiatti diventò metodico e preciso fino all’esasperazione, restando infantile nonostante continuasse a crescere: un bambino nel corpo di adulto. Acquisito il diploma di Geometra nel 1987, svolse il praticantato obbligatorio di 2 anni per potersi iscrivere all’ordine dei Geometri. Rimarrà la sua unica esperienza lavorativa, a proposito della quale Chiatti ricorda:

“Anche nell’ambiente di lavoro stavo zitto e non mi applicavo molto, sia perché non mi pagavano sia perché mi chiedevo come avrei potuto fare il Geometra con un carattere così chiuso. L’atteggiamento di chiusura e di incomunicabilità ha costituito una costante nella mia vita, è stato uno dei miei problemi perché preferivo stare per conto mio, non parlavo molto, ascoltavo solamente.”

Il 13 Dicembre 1989, partì per il servizio militare, durante il quale ebbe le sue prime esperienze omosessuali. La vita di Chiatti cambiò completamente il 4 Ottobre 1992, quando incontrò casualmente Simone Allegretti per strada. In quel momento finì la storia di Luigi Chiatti e cominciò quella del “Mostro di Foligno”.

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